quando torni.

novembre 30, 2006

ho pensato che quasi esattamente un anno fa ero a Jesolo. la conclusione di questo pensiero molto semplice, ha avuto una conclusione molto intuibile: sono tornata. non per i soliti due giorni, ma per una settimana o forse più. spesso sento le mie amiche lamentarsi. forse perchè ancora non se ne sono mai andate, ma è una scusa che per me non regge. è un mutamento che vede luce forse da prima dell’estate, quando alcune cose nella nostra città avevano già cominciato a cambiare. vicino casa mia fino a qualche anno fa, c’era un grande centro di benessere. o per meglio dire, era un grande hotel attrezzato al meglio per cure termali, fanghi e queste cose qui, che non so troppo bene. all’improvviso non c’era più. è stato sconvolgente, un solo grande buco. e ci si vedeva al di là, e ho pensato spesso, non l’avrei mai detto che dalla via bafile, senza i muri le case ed il resto, la visuale sarebbe stata così. che poi è quella di una strada, un viale, che è un viale dove ora vivo da tre anni. ora c’è una nuova piazzetta. ha mantenuto il nome dell’albergo che vi si trovava prima, ma l’impatto visivo è diverso, diversissimo. è una piazzetta veramente bella, con uno spazio al centro relativamente ampio, con una fontanella tonda molto brutta. quella che la rende bella – dico, la fontanella – sono le telefonate ed i gelati in solitaria di due estati fa. quello che invece rende bella la piazzetta in generale, sono tutti i negozietti che la attorniano e le strane opere di Gianmaria Potenza. le danno un aspetto quasi mistico, ma anche un po’ egiziano o comunque da civilità antichissima. questa estate (e questa, non due estati fa) andando al lavoro mi ci fermavo sempre, e mi sedevo al bordo di una di queste installazioni. non ne ricordo il nome, ma mi riparava tutta la schiena, ed io, seduta, in fronte a me vedevo stagliarsi i grandi condomini. sotto i negozi, sopra gli appartamenti. ricordo che dovevo formare un angolo “più” del normale con il collo per riuscire a vederne la fine in alto, dalla mia posizione. ed un giorno sussurrai, finendo la sigaretta che ero solita fumare lì prima di continuare verso la salagiochi dove lavoraravo: “non potrei mai vivere in campagna, mi piacciono troppo i palazzi alti”. che è una frase molto brutta al suono, ma se ci penso, pienissima di significato.

quando torni, anche per un pochino, sono sempre contati sulle dita di una mano i luoghi nei quali sentire il bisogno di rifiugiarsi. i particolari poi sono il meno, o sono il più, dipende dal particolare. quando sono io a tornare, vado tra i dischi. ci sono come dei foglioni da sfogliare, ed io lo faccio ogni volta. giro le pagine, e guardo, scopro i particolari nuovi nelle copertine, chiedo di poter “ispezionarle”. li rigiro tra le mani, fino quasi a sgualcire il cellofan attorno, a volte li apro e leggo tutto. mi sento un po’ come quando dopo aver letto Siddharta. in pace. come se nulla potesse turbare con qualche disgrazia mandata dall’alto questo limbo sereno. poi ci sono i particolari. e certo, in questo caso i particolari contano: quello di ieri è il ritaglio di una piccola ora passata a parlare con qualcuno che potrebbe essere giusto. giusto per dimenticare e giusto per capire che le persone belle stanno ovunque. “andrei via da qui. via da jesolo, via dall’italia, via dall’europa. forse via dal mondo., e tante altre sensazioni che una volta provavi uguali. parlare divisi da un bancone, un piccolo momento per fare un po’ il punto della situazione di quello che ci sta accadendo attorno. dell’emozione del tenere in mano un cd, degli hymie’s basement. “perchè devi farmi un favore. se quando arriva non lo ascolti, non è giusto. perchè vorrei che anche te scoprissi il mondo dietro ad ogni canzone, perchè chissà che anche tu non abbia dei video immaginari in testa. perchè non lo direi a tutti”. e perchè sarebbe bella ora una vita dettata da un disco come questo, sentirsi parte di un acquerello colorato, sentirsi sussurrare “..and when you’re gone, all I find is air”. correre in bicicletta con qualcuno. cambiare volto ad ogni pezzo e catturare ogni differente immaginario. bhà. i luoghi in cui torni per sentirti e capire, sì, questa è la mia casa e non la cambierei mai. (ci sarebbe solo un’eccezione. solo un’eccezione, e lo farei.) quando torni, entri ed esci.

novembre 27, 2006

arriva sempre il momento dei nuovi inizi. ma non di quelli da lasciarsi tutto il resto alle  spalle, piuttosto quelli da ricordare più che si puo’ le parole, i movimenti, le persone. perchè tutto possa essere carburante per quello che verrà poi. un po’ come i lavori in corso, non quelli metaforici, piuttosto quelli che rivestono jesolo di quella coperta invernale che la porterà a scoprirsi all’inizio della stagione del primo sole. non credo stiano andando nella giusta direzione. è come se avessero dimenticato quella che E’ jesolo: una piccola località turistica sul mare, centro pulsante di un’attività giovanile in cerca di sudare. uno di quei luoghi dove poter vomitare soddisfatti di farlo, luogo da dimenticare col primo settembre, e da lasciare di nuovo nelle nostre mani. perchè bisogna preservarla per la stagione successiva ancora. e quella successiva ancora e ancora. lasciarla a chi quei lavori in corso non li approva per la loro finalità, ma li ama per il loro lato paesaggistico. quando è possibile per una sera non pensare, a questa funzionalità. il centro commerciale. il problema della stagionalità. la deriva di quelli che potrebbero essere bazars con commesse che dopo tre anni ci lasciano il cuore, ma solo dopo tante lacrime. gli appartamenti. la fase di declino che prende la direzione del riconvertimento, nel peggiore dei modi, eppoi non esiste nemmeno più un cinema e di appartamenti ne abbiamo ormai che c’è la noia. con questo nuovo inizio, non scelgo nessuna direzione migliore o peggiore. è solo qualcosa di nuovo, come le facce, le strade e le strette di mano che gli ultimi mesi hanno comportato. come un fine settimana a bologna, che era da aprile che non ci tornavi. l’occasione: concerto degli Arab Strap, al loro ultimo tour, un addio. che ti commuove, un po’ perchè Aidan è un cicciobbbello basculante, un po’ perchè aver testato la malinconia sbronza di questo gruppo dal vivo era una cosa che da tempo inseguivo, e la cosa è accaduta al fianco di persone che hanno saputo dare quel qualcosa in più alla serata. e nel momento in cui parte new birds sussurrare “non faranno di meglio”, spostata fuori dalla folla, una degna introduzione ad uno dei due momenti emo della situazione, perchèdovevo. una carota sul marcio andante in borsa, e tanti accenti diversi, ballare musica di merda, poi. un nuovo inizio che poi riporta in luoghi già vissuti, un nuovo inizio che ti da pero’ tanta consapevolezza sulla quale poter appoggiarsi. abbracci lunghissimi mentre treni partono e arrivano, con un sacchettino di bisoctti siciliani che penzola da una mano. i sapori delle canzoni che rimangono incastrati tra gli alberi, i fili, le case fuori dal finestrino, quell’esotismo malinconico di last breath, xela. che mi fa sempre pensare ad una spiaggia abbandonata dopo una lunghissima festa su una spiaggia su un’isola, le carte per terra e le seggioline di legno in ordine sparso casuale, rigorosamente casuale. e non voglio smettere di scrivere cose inutili, a parlare di me. è un nuovo inizio, ma io sono sempre io, solo con tanto movimento in più dentro, le solite scazzature, la solità banalità. ma se è importante per me, so che lo sarà anche per molti altri.

dedico la chiusura del concerto degli arabbi – una bellissima the shy retirer in versione acustica – a tutti quelli che leggeranno questo post.